| DISCORSO DI
ACCETTAZIONE
DEL PREMIO SONNING Università di Copenaghen, 19 aprile 2000 Cari amici, vorrei cominciare con un sogno. Vi è un uomo legato a un palo, sulla terrazza di un tempio. Tenta di liberarsi. Invano. Si ostina. Sfere di vetro cadono dai suoi occhi e si frantumano al suolo in mille schegge. Due giaguari ritti sulle zampe posteriori, si fanno avanti, danzano sulle schegge di cristallo, e i loro piedi - non zampe di giaguari, ma piedi umani - lasciano scie di sangue sulla terra. Ed ecco che uno dei giaguari conficca una selce acuminata nel cuore del prigioniero. Dal petto squarciato non zampilla sangue, ma un libro che arde, e poi ancora un secondo libro, e un terzo, e tanti altri, decine, centinaia di libri in fiamme che si accumulano in un rogo gigantesco davanti alluomo legato. La persona che sta sognando si chiama Kien ed è uno studioso, uno che ama i libri. Nel suo sonno agitato urla al prigioniero: "chiuditi il petto, chiuditi il petto". La vittima lo sente e in uno sforzo sovrumano strappa i suoi legami, porta le mani alla ferita, la apre ancora di più, e una valanga di libri in fiamme rotolano fuori. Il dormiente non riesce a sopportare questa vista, salta dentro il proprio sogno, dentro il rogo, per salvare i libri che stanno diventando cenere. Le fiamme lo accecano, centinaia di persone che urlano, che si dimenano e soffrono lo afferrano e gli impediscono di porre i libri in salvo. Si svincola dalle loro mani che lo avvinghiano, li insulta, fugge via dalle fiamme. Quando è al sicuro, vede gli uomini tramutarsi lentamente in libri che si consumano nel fuoco in silenzio, come eroi o martiri. Kien, lautore di questo sogno, è il protagonista di un romanzo di Elias Canetti, un ebreo nato in Bulgaria, che studiò in Germania e scrisse in Inghilterra i libri che gli valsero il premio Nobel. È lo stesso Canetti che verso la fine della sua vita affermava che non si abita un paese, ma una lingua. Che rimane, però, di un individuo che ha perso sia il suo paese che la sua lingua? Forse lessenziale. E che cosè lessenziale per noi dellOdin Teatret, che non possiamo essere identificati in una lingua o in un paese? Per comodità o per convenzione, i premi vengono spesso conferiti a una persona, quindi legati a un nome. Ma dietro questo nome si cela un microcosmo che palpita, vive ed agisce. La persona e il nome sono la punta delliceberg, nascosta rimane la massa compatta, quellintricata rete di relazioni, collaborazioni, affinità, scambi e tensioni che costituiscono un organismo vivente, che naviga le correnti del tempo, a volte seguendole, a volte rifiutandole, ma sempre in una posizione che lui stesso ha assunto. È a questo iceberg che è stato dato il premio Sonning. È allintero Odin Teatret, a questo gruppo di uomini e donne che provengono da diverse nazioni, culture, religioni e lingue che lUniversità di Copenaghen conferisce lonorificenza e i soldi come riconoscimento per il suo operato. Ma questo iceberg ha pendici più vaste del numero di coloro che hanno fatto o fanno parte dellOdin Teatret. Comprende anche quei politici di Holstebro che ci accolsero quando eravamo così piccoli da poter passare per la cruna di un ago, quando eravamo giovani ed anonimi, in un periodo in cui esser giovane non era segno di vitalità e potenzialità creativa, ma solo di inesperienza. È allintero Odin Teatret e ai responsabili della municipalità di Holstebro che lo hanno protetto per ben 35 anni che questo premio prestigioso oggi è assegnato. Lessenziale affiora sempre attraverso una privazione. Allorigine cè una mancanza o unesclusione. Per lOdin Teatret lesclusione fu doppia. Volevamo fare del teatro, entrare nellambiente e nella storia del mestiere teatrale, e non ci fu permesso. Fummo considerati incompetenti, incapaci, inabili a diventare attori o registi. A quel tempo, nel 1964, non esistevano gruppi di teatro o una cultura teatrale alternativa a cui ispirarci o in cui integrarci. Eravamo esclusi. Il teatro era una necessità nostra, nessuno aveva bussato alla nostra porta e ci aveva pregato di diventare artisti di teatro perché il mondo aveva bisogno di noi. Assumemmo le conseguenze di questa situazione: il teatro era necessario solo per noi, e per questo lavremmo pagato di tasca nostra. Questa è lorigine dellOdin Teatret in Norvegia: un minuscolo teatro dilettante che sogna di diventare professionale, appena cinque persone che debbono apprendere, da soli, lessenziale dellartigianato teatrale, in solitudine, al di fuori della geografia del teatro allora riconosciuto e riconoscibile. Appena due anni dopo, questo sparuto gruppetto di persone si trasferisce in Danimarca, accettando lofferta straordinaria da parte del comune di Holstebro. Era la prima volta che degli "adulti", addirittura dei politici, ci guardavano negli occhi, conferendo un valore a quello che facevamo. Per la prima volta diventammo consapevoli che avevamo un senso anche per altri. Trasferendoci a Holstebro subimmo una mutilazione: parlavamo una lingua straniera. Perdemmo la parola, che a quel tempo era il canale di comunicazione essenziale nel teatro. In Norvegia eravamo un gruppo di teatro norvegese, costituito da attori norvegesi, con un autore norvegese, Jens Björneboe, che recitavano per spettatori norvegesi. Ad Holstebro, diventammo un gruppo scandinavo, con attori provenienti dalla Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca con grandi difficoltà a comunicare con i propri spettatori attraverso le parole. È impossibile comprendere la storia dellOdin Teatret se non si prendono in considerazione queste due esclusioni: il rifiuto dellambiente teatrale e lamputazione della lingua. Questa situazione di inferiorità e questa mutilazione la trasformammo in onore e fonte di forza. Ancora una volta: dove avremmo potuto apprendere lessenziale? I viventi non volevano, non potevano. A chi dovevamo rivolgerci? Il teatro divenne il luogo dove i vivi incontravano i non-vivi. I non-vivi non sono soltanto i morti, ma anche quelli che non sono ancora nati. È a loro che ti devi rivolgere quando il presente non ti prende in considerazione. Allora puoi parlare sicuro con urla e silenzi ai fratelli maggiori che ti hanno preceduto e ai fratelli più giovani che ti seguiranno, a coloro che già esperirono e a coloro che incontreranno le situazioni nelle quali tu stesso ti trovi: derisi dallo spirito del tempo, soli di fronte allindifferenza della società e al freddo del mestiere. Le biografie, le opere e i testi dei riformatori del teatro del XX secolo furono i libri ardenti che illuminarono il cammino. Furono le loro fiamme a guidarci verso quel sapere tecnico che è respiro individuale, qualcosa che appartiene solo a te. Così costruimmo i nostri spettacoli, con uno strato di luce e uno di buio, salvaguardando lessenziale: i dettagli infimi, addirittura invisibili, dove si cela labbraccio dei contrari, lintreccio delle tensioni che permettono alla vita di fluire. Forse i vivi, gli spettatori, non riusciranno a notare questi dettagli, ma i non-vivi, accettano la tua opera e la giudicano per la cura di questi dettagli, per la temperatura personale con la quale alterni gli strati di luce con quelli di buio. Per raggiungere i non-vivi, quelli che non sono ancora nati, i tuoi spettacoli si devono trasmutare in libri che ardono. Devi scottare la sensibilità dei tuoi spettatori, ferire la loro immaginazione, illuminare le loro ferite intime, spingerli nel panorama muto della loro intimità, in quella parte che vive in esilio dentro di loro. Solo in questo modo lOdin Teatret può diventare una leggenda che i suoi spettatori trasmetteranno a coloro che non sono ancora nati. Furono i riformatori del teatro, questi eretici, nichilisti, rivoluzionari o mistici - da Stanislavskij a Grotowski, da Meyerhold a Julian Beck da Artaud a Judith Malina, da Brecht a Copeau, e poi i nostri colleghi latino-americani: Atahualpa del Cioppo, Vicente Revuelta, Augusto Boal, Santiago García, Osvaldo Dragún - furono loro ad indicare come dare il massimo del massimo allo spettatore che viene con un dono straordinario per te e i tuoi attori. Ti regalano due, tre ore della loro vita e si affidano fiduciosi nelle tue mani. Tu devi ricambiare la loro generosità con leccellenza, ma anche con unesigenza: devi metterli al lavoro. Lo spettatore deve essere messo alla prova, deve scalare con tutti i suoi sensi e con tutta la sua esperienza una parete impervia di impulsi e reazioni, di allusioni e significati, deve risolvere in prima persona lenigma di uno spettacolo-sfinge pronto a divorarlo. Lo spettatore deve essere cullato dai mille sotterfugi dellintrattenimento, del piacere sensoriale, della qualità artistica, della raffinatezza estetica. Ma lessenziale risiede nella trasfigurazione della durata effimera dello spettacolo in una scheggia di vita conficcata nel costato dello spettatore e che laccompagnerà negli anni. Lo spettacolo, come un insetto, si installa nellintimo dello spettatore, gli rosicchia il metabolismo psichico, mentale, affettivo, si muta in memoria. Le azioni dellattore devono marcare in modo anonimo, ma reale lo spettatore. Questo marchio è il messaggio che tu trasmetti a coloro che non sono ancora nati. Devi aprire gli occhi dello spettatore con la stessa delicatezza di come quando chiudi gli occhi ad una persona appena morta. Questo ci bisbigliarono i libri ardenti dei nostri fratelli maggiori, i riformatori del teatro. È essenziale sbarazzarsi delle illusioni, ma non perdere gli ideali, soprattutto quando i riconoscimenti minacciano di seppellirti vivo in un monumento. Non dimenticare che un buon spettacolo non migliora il mondo, e che un cattivo spettacolo lo rende più brutto. Devi essere una pietra che non rotola con le correnti del tempo, ma resiste a loro. Devi affondare le radici e abbarbicarti. Le correnti cambieranno, a volte ti sommergeranno, sembreranno cancellarti. Ma tu rimani in vita, ben visibile anche per coloro che non avranno loccasione di vederti in vita. Ma per arrivare a questo, devi far crescere delle radici, ti è necessaria una terra. El hombre es tierra que anda, dice un proverbio Inca. "Luomo è terra che cammina". Questa terra errante è la nostra patria. È costituita dalle azioni di ben precisi uomini e donne. Sono loro la nostra stella polare, lesempio da emulare, le frontiere da raggiungere. In questa terra fatta di azioni di singoli individui è racchiusa lessenza muta da trasmettere. Questa terra di individui è sparsa su tutto il pianeta, in molti continenti, in epoche diverse. Alcune zolle di questa terra sono in Danimarca, hanno nutrito le nostre radici, hanno aiutato lOdin Teatret a realizzare il suo destino. Prima di tutti, Ole Sarvig e Peter Seeberg, questi eccezionali poeti e romanzieri, che ci incoraggiarono scrivendo delle opere teatrali per un gruppo di teatro sconosciuto. Poi Christian Ludvigsen e Hans Martin Berg che ci guidarono nella nostra ingenuità a portare alla luce quello che ci incalzava dentro. Infine Kaj K. Nielsen e Jens Johansen, il sindaco e il segretario comunale di Holstebro che convincendo unintera giunta, accolsero lOdin Teatret senza esigere che ci integrassimo nel piccolo giardino danese. Non domandarono di vedere immediatamente i frutti del nostro lavoro. Lasciarono che uno strano arbusto crescesse secondo il proprio ritmo, seguendo altre stagioni, con i suoi rami selvaggi. E così permisero che lOdin diventasse una fertile parte di quella molteplicità, diversità ed estraneità che è la nostra cultura contemporanea. La nostra origine è stata lombra, ed è nellombra che preferiamo vivere. È nellanonimo lavoro quotidiano che incontriamo la sfida sempre uguale che mette alla prova lintensità e la credibilità delle nostre motivazioni. Siamo venuti dal buio e augurateci che quando scompariremo nel buio il nostro ultimo sogno sia come il primo, quello che avevamo da giovani: essere come i nomadi San del deserto Kalahari che si muovono in direzione dei lampi, perché dove cè tempesta, cè acqua, vegetazione, vita. Sono orgoglioso, insieme allintero Odin Teatret, per questo prestigioso premio Sonning. Però ci è impossibile accettarne i soldi. Il denaro viaggerà altrove diviso in tre parti. La prima è destinata a Holstebro Folkegave, uniniziativa di associazioni e singoli cittadini di Holstebro per costruire una casa per giovani a Tirana in Albania. La seconda parte attraversa il mare e va a Cuba, alla rivista di teatro "Conjunto" che per 35 anni ha testimoniato la lotta del teatro dell'intero continente latino americano contro la violenza e il sopruso. La terza parte va al nipote di Antigone, il pastore danese Leif Borch Hansen che ha seguito l'impulso della sua coscienza e nascosto dei profughi che la polizia danese doveva rinviare. Non rispettando così le leggi dello stato, esattamente come fecero alcuni danesi dopo il 9 aprile 1940, quando il governo danese chiese ai suoi cittadini di collaborare con gli occupanti tedeschi. Cera una volta un gruppo di saltimbanchi che abitava nello Jutland occidentale. Viaggiavano per paesini e metropoli, si arrampicavano sulledificio più alto e attaccavano una fune sul tetto. Gettavano laltro capo della fune nellaria e vi camminavano sopra, uno dopo laltro, concentrandosi per evitare il minimo passo falso che avrebbe compromesso lequilibrio e la marcia del singolo e dellintero gruppo. Il loro spettacolo era accolto come una grande impresa artistica. Applausi e riconoscimenti, era veramente avanguardia estrema, sperimentalismo ardito. Gli anni passarono e i saltimbanchi facevano sempre lo stesso. Non cambiavano, non si adattavano ai tempi, usavano una fune per avvicinarsi al cielo, ignorando le ultime novità tecnologiche: gli elicotteri, gli aerei a reazione, i missili. Non si rinnovavano. I saltimbanchi sembravano sordi a ogni commento e consiglio, si ostinavano a visitare gli stessi posti, a rincontrare i loro vecchi spettatori che col tempo diventavano sempre di meno, e a sorridere ai giovani che non avevano mai visto uno spettacolo del genere: attaccare una fune ad un tetto, gettarla verso il cielo e danzarci sopra. Un giorno scomparvero nel vuoto. La loro fune ondeggiava in un cielo greve di nuvole nere, lampi e tempesta. Le ceneri di un libro bruciato caddero giù, solo una pagina si era salvata. Vi era scritto: "Quello che devi fare, devi farlo, e non porre domande, non porre domande". |